Cioccolato da nove e mezzo — perché, come mostrò l'esperienza di Domori (parlo dei tempi in cui Domori faceva cioccolato... anni fa), il cioccolato da dieci, e da dieci e lode, non ha sul mercato una ricezione che gli consenta, economicamente, di essere sostenibile).
Azienda da dieci e lode: assai esteso sarebbe l'elenco delle unicità e distinzioni in positivo della gestione, e del rapporto con le persone. Non dico «servizio clienti», tantomeno «customer care», dico «rapporto con le persone».
Si potrebbe cominciare dalla trasparenza negli ingredienti, la persone (non il cliente) viene informata di tutto già dalla confezione, e ancora meglio dal sito — uno dei primi siti di azienda di cioccolato... e tra i primissimi a consentire a tutta Italia di provare i prodotti, in anni nei quali i grandi nomi facevano gli snob, rimandavano ai punti vendita, e tagliavano tre quarti di popolazione almeno dalla possibilità di gustare.
L'eccellenza della confezione, sia estetica (straordinaria varietà creativa attraverso l'intera gamma), che tattile, che di sostanza (involucro del cioccolato).
La volontà di capire a fondo la terra di Sicilia (terra straniera, per il fondatore e proprietario) e la storia del cioccolato di Modica, unità in armonia ottimale a un'apertura al mondo e all'innovazione di oggi e di domani.
La tendenza non a sedersi sugli allori, e profittare del nome che ci si è fatto, ma al contrario... a migliorare sempre (ricorda la Míele elettrodomestici, della quale potrebbe condividere il motto: «Sempre meglio»). Di grande rilievo la linea di cioccolati affinati; e adesso, ci si cimenta anche con criollo, quello vero (molti «criolli» sul mercato non hanno i pregi per cui il criollo vero è rinomato): sai mai che in futuro sarà possibile anche fare e vendere il cioccolato da dieci e dieci e lode: nulla vieta di sognare di poter gustare di nuovo Puertomar, Javablond, QUEL Chuao, e così via 😉.
La valorizzazione, quasi unica (Friis Holm l'unico altro a farlo) del cioccolato al latte: che ha tanto da dire, ed è forse il piú incompreso dei cioccolati. La valorizzazione di fragranze locali... come il rosmarino, e degli agrumi, nell'eccellente linea di cioccolatini agrumati.
E poi ci sono bibite, torroni, cioccolata, e col passare degli anni, la famiglia dei prodotti Sabadì si allarga. È un catalogo ampio, ma privo di prime e seconde linee: tutto è eccellente, e trasparente — di tutto si chiariscono gli ingredienti e la loro origine.
Il punto vendita «fisico», che è anche punto degustazione, non fa altro che confermare, distinguendosi da iniziative analoghe di altre aziende, la straordinarietà nella considerazione che ha l'azienda, non dei clienti ma...
Read moreI tried the cinnamon and mandarin flavoured chocolate, and frankly, I couldn’t tell the difference between them. The chocolate flavour was dominant, with no discernible spice or additional taste. There were way too many flavours on display, for what it seems like a marketing machine. For example, they had milk chocolate, which completely missed the point of Modica’s chocolate in my opinion. The bars were also incredibly small, only 50g, and the packaging was super fancy. To top it off, they were very pricey, with no less than €4.50 per 50g bar.
The staff was also off-putting. They made sure to emphasise that you could only get four free samples, as if I was there to try rather than buy. I suppose they know that at those prices, very few people can afford to buy more than a couple of...
Read moreSiamo entrati da Sabadì pensando di fare “un giretto veloce”, magari comprare un souvenir cioccolatoso da spacciare come regalo premuroso. Ma è stato subito chiaro che non ne saremmo usciti indenni. Lei era lì. Valentina. Apparentemente innocua. Un sorriso disarmante, modi gentili. Ma attenzione: non era una commessa. Era un'agente segreto addestrata a riconoscere la debolezza nei golosi e colpire lì, dritto al cuore (e al palato).
“Volete assaggiare qualcosa?” ha detto. “Solo un pezzettino” abbiamo risposto, come scemi.
Nel giro di 3 minuti eravamo seduti, bendati (almeno spiritualmente), e immersi in un rituale di cioccolati affinati. Tabacco, rum, pepe selvatico, fiori, spezie – o forse era solo suggestione, ma giuriamo di aver visto Vishnu nel terzo morso.
“Questo è affinato al tabacco.” “Questo invece ha fatto mesi nel gelsomino.” “E questo… meglio che non ve lo dica. Assaggiate.”
E noi, poveri ingenui, abbiamo obbedito. Uno dopo l’altro. Ogni tavoletta, una trappola. Ogni aroma, un’esca. Ogni sguardo di Valentina, una nuova firma sul nostro contratto col diavolo. E quando ormai eravamo fragili, vulnerabili, completamente disciolti nel cioccolato... è arrivato l’alcol. “Solo un goccio, grazie.” ULTIME PAROLE FAMOSE.
Elisir oscuri che sembravano usciti da un laboratorio alchemico del ‘700. Lì abbiamo capito che non era più una degustazione. Era un’escalation. Un sequestro emozionale. Una parabola mistica.
Usciti? Sì, ma solo fisicamente. Dentro siamo ancora lì, a chiedere se “chissà che sapore aveva quello all'anice o quello al pepe jamaicano”.
In sintesi: Valentina: un’entità soprannaturale travestita da esperta di cioccolato. I cioccolati affinati: trappole sensoriali con licenza di stregare. Gli alcolici: colpo finale. KO tecnico. Noi: ex turisti, ora...
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