Die Kapelle des Heiligen Britius ist ein kleiner, bescheidener Bau, dessen bescheidene Schönheit sich in der stillen Einfachheit und den Spuren der Jahrhunderte entfaltet. Kaum sichtbar von außen, scheint sie sich schüchtern in die Ortschaft zu schmiegen, umgeben von einer leisen Weite, als wolle sie lieber verborgen bleiben, abseits des Alltagslärms, in stiller Andacht. Die alten Steine, grau und leicht verwittert, sind Zeugen einer Geschichte, die über 700 Jahre zurückreicht. Ihre Oberfläche ist rau, von Flechten und Moos überzogen, die sich in den feinen Rissen und Vertiefungen festgesetzt haben. Ich fühle mich unmittelbar verbunden mit dem Alter dieser Wände und der Ruhe, die hier herrscht, als wäre die Kapelle ein lebendiger Zeitzeuge, der nur in diesen Mauern, in der Stille, seine Geschichten flüstert.
Die Kapelle des Heiligen Britius ist benannt nach einem Heiligen, der den Menschen als Heiliger des Mitgefühls und der Vergebung bekannt war.
Der kleine Innenraum ist nur schwach beleuchtet, das Licht dringt durch kleine Buntglasfenster ein, die die Szenen des Lebens des Heiligen Britius darstellen. Das Licht, das diese Fenster durchdringt, fällt weich auf die steinerne Bank und auf den kühlen Boden, als würde es die Andacht und Ehrfurcht jener spiegeln, die hier vor mir gesessen haben. Im stillen, schattigen Inneren scheint die Zeit in den Raum selbst übergegangen zu sein – als wäre dieser kleine Ort ein Mikrokosmos der Ewigkeit. Jeder Schatten scheint eine verborgene Geschichte zu bergen, und ich spüre eine Ehrfurcht, die über mich kommt, eine Erinnerung an die Vergänglichkeit.
Die Luft ist kühl und still, die dicken Wände halten die Wärme der Außenwelt fern, fast als sei die Kapelle ein eigenes Universum. In dieser stillen Kühle wandern meine Gedanken zu den Menschen, die seit Jahrhunderten hierherkamen, um Trost und Hoffnung zu suchen, um mit ihren Sorgen und Freuden auf eine höhere Kraft zu vertrauen. Ich spüre, wie diese Jahrhunderte wie ein dünner Schleier zwischen ihnen und mir liegen; eine unsichtbare Brücke verbindet uns, unabhängig von Zeit und Raum. Im Angesicht dieser alten Mauern, die so viel gesehen und erlebt haben, kommt mir mein eigenes Dasein plötzlich winzig und vergänglich vor, als wäre es nur ein kurzer Funke in der langen Reihe der Generationen.
Die Altarnische ist schlicht gehalten, kaum geschmückt, und strahlt genau dadurch eine fast heilige Demut aus. Sie lenkt den Blick auf das Wesentliche: die Ruhe, die innerliche Einkehr, den Glauben selbst. Die wenigen Kerzen, die dort brennen, verbreiten ein sanftes, warmes Licht, das die Kälte und die Dunkelheit vertreibt. Ihre Flammen flackern leise, und ich empfinde eine tiefe Verbindung zu dieser kleinen Flamme, die das Dunkel durchbricht, fast als sei sie ein Symbol für das Leben und den menschlichen Geist selbst – zart und flackernd, und doch immer wieder sich erneuernd, immerfort kämpfend gegen das Dunkle, das Kalte.
Im Stillen wandern meine Gedanken zum Sinn des Lebens. Diese Kapelle, kaum der Welt bekannt, nur von wenigen geschätzt und besucht, ist dennoch erfüllt von einem unergründlichen Frieden, der weit über das Materielle hinausgeht. Sie scheint mir zu sagen, dass das Leben und die Bedeutung des Daseins in kleinen, unscheinbaren Dingen verborgen liegen, in den Spuren, die wir hinterlassen, in den kleinen Gesten und Momenten des Miteinanders. Vielleicht ist es diese bescheidene Kapelle, die mich daran erinnert, dass das Leben nicht nur in den großen Taten liegt, sondern im Dasein selbst – in der reinen, stillen Anwesenheit.
Ich schließe die Augen und höre der Stille zu, die in Wahrheit niemals still ist. Es ist, als flüstere sie mir zu, dass selbst ein ruhiges Leben ein Echo in der Ewigkeit hinterlassen kann, so wie die Kapelle selbst in dieser stillen Landschaft steht und ihre Gegenwart bewahrt, unabhängig von der Zeit und unabhängig davon, ob jemand zuhört.
Stand : 13.08.2018
Das viele, was man hat, ist meistens kein Ersatz für das wenige, was...
Read moreSi è all'interno del duomo di Orvieto, ci si dirige verso il transetto destro e dopo aver varcato una cancellata di ferro trecentesca, si entra nella cappella di San Brizio. Il mondo del quattrocento e uno spicchio iniziale di cinquecento è racchiuso in questo meraviglioso ambiente che potremmo anche definire il teatri del rinascimento italiano. Tutto è decorato con la sapienza di quei savi pittori ai quali è stato commissionato un preciso incarico ed essi lo assolvono con abilità e perizia tali che il risultato è la fortuna dei visitatori che per caso o per avventura si trovano un giorno in questo sacro luogo. Le pareti e la volta sono lì per comunicarci qualcosa di ineffabile e di inesprimibile. La tecnica dell'affresco è applicata puntualmente su tutte le superfici affinché più facilmente arrivi il messaggio a colui che guarda, per comprendere il significato di ciò che vede. Il cortonese Signorelli fu chiamato a fine quattrocento dai rappresentanti della fabbrica del Duomo di Orvieto a rappresentare pittoricamente il giudizio universale ed egli, artista già in avanti negli anni, aveva cinquattaquattro anni circa, anticipando in questo il sommo Michelangelo, svelo' al mondo dell'epoca quale potesse essere la sorte dell'uomo comune rinascimentale applicando i dettami letterari danteschi. Ogni parete decorata è da considerare come una pagina o meglio un canto della Divina Commedia, quindi v'è posto per l'antinferno, per l'inferno e per il paradiso; non sappiamo per quale motivo non gli è stato chiesto di affrescare il purgatorio. Il Signorelli provvide ad eseguire anche le dipinture riguardanti il finimondo, la predicazione dell'Anticristo, la resurrezione della carne, la chiamata degli eletti e la cacciata dei reprobi. Qualche decennio prima e siamo nella prima metà del quattrocento, il Beato Angelico era stato chiamato, dalla fabbrica medesima, per mettere mano al suo estro mistico di pittore religioso, al fine di rappresentare nella cappella di San Brizio, due vele, rispettivamente raffiguranti il Cristo giudice contornato da cherubini, serafini, troni ed angeli ed il coro dei profeti. Minimale fu il suo incarico, com'anche quello attribuito a Benozzo Gozzoli, che successe al Beato Angelico per brevissimo tempo senza portare mano a null'altro che a pochissime decorazioni. Nell'ambito del ciclo degli affreschi denominati storia degli ultimi giorni, sono riconoscibili, nello spazio della rappresentazione relativa alla predicazione dell'Anticristo, nella quale centrale è la struttura del tempio, due figure in abiti neri, della quali l'una è l'autoritratto del Signorelli mentre l'altra è il ritratto del Beato Angelico, si riconoscono altresi' le figure di Cristoforo Colombo e di Cesare Borgia. Sulla parete centrale brilla in tutta la sua lucentezza e misticita' religiosa il tondo in tela della Madonna di San Brizio di ignoto pittore quattrocentesco. La cappellina della famiglia Gualterio ospita la pala d'altare settecentesca del Muratori, che rappresenta la sacra conversazione mentre sul lato opposto, incastonata nella cappellina dei corpi santi, il Signorelli ha voluto rappresentare il compianto sul Cristo morto con le due Marie e i Santi Pietro, Parenzo e Faustino. Alcuni hanno veduto nel volto del Cristo le sembianze del figlio del Signorelli morto di peste nel periodo in cui il pittore era alle prese con i lavori nella Cappella. Nella parte inferiore della parete affrescata sono stati inseriti quattro riquadri raffiguranti altrettanti poeti identificati con Dante, Virgilio, Lucano e Orazio che hanno, al loro interno, quattro figurazioni tonde a monocromo contornate da decorazioni a grottesche. Al di sotto della figurazione di Lucano, nel seicento è stata posta una lapide in onore del Signorelli e dello scultore Scalza. Si esce dalla cancellata trecentesca con la convinzione che v'è bisogno di un'ulteriore passaggio per rinfrescare la memoria di ciò...
Read moreLa cappella è organizzata in due grandi campate, coperte da volte a crociera, generanti sei lunettoni dei quali uno è in parte occupato dal portale d'ingresso e un altro, opposto, è diviso in due semilunette dalla finestra gotica che sormonta l'altare. L'arco d'ingresso è sormontato da un grande rosone gotico doppio e da un lunettone con coppie di angeli attribuiti ad Antonio da Viterbo, con ai fianchi le statue di Adamo e di Eva di Fabrio Toti sotto nicchie in marmi bianchi e rossi di Simone Mosca. La cappella è chiusa da una cancellata in ferro battuto di Gismondo di Graziano (1516), eseguita a imitazione di quella della Cappella del Corporale. Le volte sono organizzate in vele su fondo oro, divise da costoloni con motivi vegetali e da cornici in stile gotico, con fasce a sfondo rosso decorate da motivi tratti dalla miniatura, intervallati da esagoni con testine[3].
Le pareti sono dipinte con lunettoni nella parte superiore, inquadrati da arconi dipinti con cassettoni con rosette sporgenti; essi sono idealmente arretrati di circa due metri, lasciando un ampio palcoscenico alla base degli affreschi in cui le figure si muovono come se stessero uscendo dai dipinti. Si tratta di un'originale soluzione compositiva che, sebbene non sia calibrata per il punto di vista ribassato dello spettatore, ha il merito di trasformare l'architettura gotica della cappella in uno spazio rinascimentale, quadrandone le misure come se fosse tanto largo...
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